Lotus birth per la figlia di un osteopata…

Dott. Luca Daini – OSTEOPATA D.O M.R.O.I.

Conoscevo il lotus birth, come operatore nel campo delle medicine complementari, ma solo un mese prima della nascita della nostra terza figlia Elisa, insieme a mia moglie, già precesarizzata due volte, abbiamo approfondito l’argomento e deciso di richiederlo come modalità di nascita.

Per chi non lo conoscesse, il lotus birth è’ “la procedura di nascita in cui il cordone ombelicale non viene reciso e il neonato resta collegato alla sua placenta. Pochi giorni dopo la nascita (dai 2 ai 10, ma di media 3/4) il cordone si separa in modo naturale dall’ombelico del bambino. Il contatto prolungato con la placenta permette al bambino di ricevere tutta la quantità del preziosissimo sangue placentare che è presente alla nascita e che la natura ha previsto per la costituzione del sistema immunitario. E’ Un tempo importante per stabilizzare il sistema respiratorio autonomo e gli altri organi” (estratto dal sito ufficiale www.lotusbirth.it).

Elisa,  era candidata a nascere attraverso parto cesareo programmato per il 12 gennaio 2011, nell’Ospedale di La Spezia. La poca naturalità della “programmazione necessaria di un parto”, ha rafforzato ancora di più la scelta per il lotus birth, forse proprio nel tentativo di smorzarne le conseguenze.

Sono stato presente in sala operatoria col compito di gestire la placenta, dal momento che in tale struttura non esiste personale riferito a tale operazione. Al termine del parto, dopo il secondamento manuale della placenta, mi ha particolarmente colpito la valutazione della neonatologa in merito alla pulsazione del cordone: lo ha tenuto pinzato fra le dita e dopo circa tre minuti da quando la placenta è stata rimossa dall’utero  ha detto: “non c’è più pulsazione…” .

Le sue parole mi hanno richiamato alla mente l’eco di una cultura medica moderna che non ritiene necessario lasciare il cordone attaccato al neonato una volta che ha smesso di pulsare: in alcuni casi la recisione avviene ancor prima della cessazione della pulsazione, in particolare in caso di  raccolta delle cellule staminali .

Una volta che con mamma e figlia sono arrivato in camera, in un clima più riservato e famigliare rispetto a quello della sala operatoria, ho deciso di valutare anch’io se nella placenta non ci fosse più pulsazione, ma non limitandomi alla pulsazione arteriosa, bensì a quello che noi osteopati chiamiamo IRC (impulso ritmico cranico). L’IRC è una “pulsazione” che si impara a misurare manualmente durante la formazione osteopatica; si tratta di un ritmo più lento di quello respiratorio  arterioso, la cui frequenza  si aggira intorno alle 8-12 oscillazioni al minuto, e che è possibile percepire in tutti i tessuti del corpo vivente.

Dopo aver valutato l’IRC sulla bambina, ho provato a sentire se fosse presente anche nella placenta, oramai non più pulsante dal punto di vista arterioso. Con mio grosso stupore,  l’impulso ritmico cranico era presente, ed inoltre era  identico sia nella frequenza che nella ampiezza e forza di espressione a quello della bambina, come se il corpo della neonata e la placenta fossero un tutt’uno che partecipa allo stesso “respiro”.

Ho continuato a valutare l’IRC nei giorni seguenti. Il secondo giorno la placenta aveva un ritmo diminuito, con minore ampiezza e forza rispetto a quello della bambina, e tale diminuzione è continuata fino a che il quarto giorno non ho più avvertito la presenza di IRC nella placenta. E’ stato come se la vitalità lentamente lasciasse quella parte dell’”unità neonata-placenta” che per 9 mesi l’aveva interfacciata alla madre, le aveva dato nutrimento, per trasferirsi, lentamente e completamente, in quei 4 giorni, tutta verso  il corpo della bambina.

A quel punto mi sono chiesto se valesse la pena continuare a tenere cordone e placenta attaccati a Elisa, visto il disagio di piccole trazioni a livello ombelicale che si generavano durante l’allattamento, i cambi di pannolino e la gestione generale della piccola, oppure non fosse meglio recidere il cordone, oramai mummificato, alla base dell’ombelico.

Di fatto, ho pensato che, se per la neonatologa il cordone si poteva recidere 3 minuti dopo il parto, e per l’osteopata 4 giorni dopo, ci possa essere qualche parametro che ancora non siamo in grado di  valutare e che un giorno ci dimostrerà che gli scambi tra neonato e placenta avvengono fino al completo naturale distacco, pertanto, insieme a mia moglie, abbiamo deciso di aspettare che madre natura facesse il suo lavoro indisturbata e che il cordone di Elisa si staccasse naturalmente.

In conclusione a questa esperienza posso dire che il lotus birth sia una buona scelta di modalità di nascita, utile anche a compensare quelle situazioni come la nostra dove si è costretti ad anticipare la venuta al mondo del neo nascituro ( includo qui le nascite naturali pre-termine ) in quanto permette un distacco più graduale dell’infante dalla fonte del suo nutrimento e quindi un “passaggio di consegne” del lavoro di sostentamento meno traumatico agli apparati cardiopolmonare e gastroenterico, e inoltre prolunga l’unione con quel tessuto anatomico che è la placenta, che forse più di altri ha trasmesso l’impulso vitale per nove mesi al bambino, sincronizzandolo in qualche modo a tutte quelle frequenze che è necessario armonizzare per mantenere la vita (frequenza cardiaca, IRC e probabilmente altre meno facili da percepire).

Quella sopra descritta è stata la mia esperienza, durante la quale, in qualità di operatore e padre, potrei  non aver avuto una prospettiva del tutto neutra, pertanto invito altri osteopati a valutare cosa accade durante il lotus birth, per creare una serie di casi osservati e poter trarre elementi utili per andare avanti nella comprensione di questo sconfinato evento che è la vita, da cui non si finirà mai di imparare.

Eventi come il lotus birth ci ricordano quanto di inspiegato ancora ci sia di fronte al misterioso evento della nascita di una nuova vita e, di conseguenza, quanto possa essere futile il tentativo di dare spiegazioni in base a schematismi basati su conoscenze povere.

Dopo la nascita col metodo lotus di Elisa posso dire di essere entusiasta dell’esperienza, la rifarei per un eventuale quarto figlio e sicuramente la consiglio a tutti, consapevole del fatto che una pratica come questa possa attirare maggiormente quei genitori che credono che i figli possano nascere anche senza intervento medicalizzato, naturalmente nei casi in cui la salute o la vita del nascituro non siano in pericolo.

Dott. Luca Daini – OSTEOPATA D.O M.R.O.I.

Per maggiori informazioni visitate il sito

www.lotusbirth.it

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