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Io e il mio pesciolino rosso amiamo l’osteopatia craniale

Scritto e letto da Meera Syal.  Trascrizione italiana del testo del cartone animato, uno spettacolo. È difficile raccontare a voi pochi beati, dagli occhi luminosi e brillanti, dalla pelle chiara e immacolata, con una vita sociale in pieno fiorire e felici colazioni in famiglia intorno ad un tavolo di legno di pino. Non per voi le mattiniere mischiate di quello che è rimasto per colazione, schiacciando la banana sulla videocassetta dei cartoni animati (perché almeno questi riescono a tenere tranquillo e felice il piccolo caro, nonostante il pesce rosso preferisca la serie natalizia dei teletubbies. Ad ognuno il suo). Non per voi compiaciuti sonnellini nel percorso casa lavoro, fatto tipo zombie, dove ogni sedile sembra un piumone ed ogni spalla di sconosciuto un invito a raggomitolarsi per schiacciare un bel pisolino.

Uscire? Oh no, non usciamo e veramente ne siamo contenti, poiché, calcolando a ritroso, dovremmo essere a casa diciamo per le undici e mezza, troppo tardi per noi: ci lascerebbe soltanto due, forse tre, ore prima dell’inizio della tortura notturna, veramente non ne vale la pena, ma grazie lo stesso per l’invito.
Vorreste venire per cena? Bellissimo, a meno che non arriviate prima delle otto e mezzo nove, quando il piccolo può aver dormito, e pensiate di andarvene per le dieci. E quello che ci rimane anche a noi per riposare. Io saltuariamente, avvolta nella mia coperta, con le orecchie semi drizzate per ascoltare i primi vagiti provenire dalla porta.
Per il pesce rosso va un po’ meglio, sospeso nell’acqua, lontana dalla camera da letto, immobile e quieto, ancora semisveglio, senza sbattere le palpebre, in attesa, come me, di essere bruscamente svegliato da questo stato quiescente trafitto da una lama di pesce spada di un lamentoso ueee’ ueee’, biascicando una protesta con la vista offuscata da macchie nere e blu fino ad arenarsi come una sogliola restando senza fiato alla vista dell’ora segnata dalla sveglia. Le 2 e mezza, le tre e quaranta, le quattro e un quarto, che cambia? Le luci si accendono, le pinne si agitano, siamo in piedi, e quasi ogni notte è la stessa cosa. E va avanti da due anni.

E abbiamo condiviso alcune lunghe, nere notti, uniche, insieme. Quando l’intera casa stava beatamente sonnecchiando nelle braccia di Morfeo, eravamo svegli ed insieme, passeggiando, cullando, cantando, implorando, desiderando, ma che cosa era andato storto? È la prima domanda che ci sorgeva spontaneamente quando incontravamo qualcuno con un bimbo di età vagamente simile.
“Ah, ma dorme tutta la notte?” Alcuni rispondevano allegramente, “Oh, ma certo, sin da quando aveva sei mesi! Come un orologio! Perché il vostro no?” E voi mormoravate un imbarazzato “Non proprio” e vi affrettavate via prima di soccombere ad un violento impulso di pugnalarli con un sonaglino per la dentizione. Mi mordo le labbra. Il pesce rosso emette bolle come lamponi sottacqua. Non c’è più niente da dire, non fanno parte della nostra tribù

Che differenza però quando incontrate per davvero dei genitori che confessano, con toni similmente silenziosi ed imbarazzati che si, anche loro hanno parte della notte messa in difficoltà dalla loro progenie; ed è come incontrare un vecchio amico, un compagno di sofferenza i cui occhi incavati e le cui mani tremanti si specchiano in voi. In verità riusciamo quasi istantaneamente ad indovinare chi fa parte della nostro clan di perduti, quelli che si aggrappano al bordo del divano all’arrivo e chiedono con voce querula una tazza di camomilla, quelli che ancor prima di entrare annunciano che dovranno andarsene per le nove e mezza, appena prima di servire il primo piatto.
Non ho mai veramente partecipato ad un meeting degli alcolisti anonimi, (il pesce nega anche lui, ma ho qualche sospetto), Ma immagino che nel momento in cui vi alzate in piedi e annunciate alla stanza piena di estranei che avete un problema segreto e vergognoso e ve ne liberate del peso, è un momento di grande rilievo e rivelazione. È come quando incontrate un altro genitore che come voi ha fallito in uno dei compiti basilari, riuscire a far dormire un bambino, proprio come dovrebbe un bambino.

Il pesce mi ha detto tante volte che non è il caso di vergognarsi, ma non ci riesco. Perché, gli rispondo, mio amico pesce, non ci sono proprio scuse, non con la pletora di esperti nell’allevamento di bambini e dei loro libri, che ti assicurano che il loro metodo è quello che funziona veramente, e non mi hai visto mai provarli tutti? Il pesce mi ha guardato con gentile divertimento mentre provavo l’approccio hippy/tribale, dove vostro figlio deve stare sempre in braccio 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana, e schiacciare un pisolino quando vuole. Seguendo i suoi ritmi naturali, senza che abbiate nulla di ridire, ne nient’altro da fare!

Il pesce osservava pacatamente mentre tentavo con le ninnananne vecchio stile, dove il bimbo viene lascito piangere fino all’estremo, fino a che, esausto, si addormenta, e lasciarli crescere sperando in un talento musicale (partecipare a X Factor) e una bottiglia di Chianti.

Lui mi ha suggerito e fornito quantità di altre strategie per far dormire il pupo: il blackout cieco, l’olio di lavanda, la macchina che riproduce i suoni dell’utero, le ninnananne gorgheggiate dai delfini con dolcezza nelle orecchie del bimbo, (sebbene, secondo il pesce, che di queste cose ne sa, i delfini stiano in realtà chiacchierando sulle speranze del Liverpool di vincere lo scudetto), anche perfino un corso di massaggi per bambini e una consulenza con un pediatra riconosciuto dalla clinica del sonno. Abbiamo seguito un programma severo, io ed il pesce rosso. Ci abbiamo lavorato su, con il massimo impegno per tutto il tempo: il bimbo, sfortunatamente, no.

C’è stata una sera, una brutta sera, quando stavo appena cominciando a sentire i primi sintomi con il suono irritato che usciva dall’altoparlante del monitor che mi chiesi: e adesso? Che succede quando hai provato tutto? Che accade quando hai esaurito ogni metodo e ti senti sfinito, depresso e colpevole per desiderare la tua vecchia vita dove potevi andare a letto e rimanerci fin a quando non ti sentivi pronto per alzarti? Non sembrerebbe il desiderio più semplice del mondo? Il pesce era d’accordo. E poi aggiunse con saggezza, non è che spesso il modo, le cose semplici che fai, ti danno i migliori risultati? Non importa un gioiello di Tiffany o una vacanza ai Carabi, che sono di fronte alla buona salute, cari amici ed amati? O almeno è quello che penso che il pesce abbia detto, non riesco davvero a ricordarmi dato che mi addormentai sopra una mezza scodella di biryani (riso indiano).

Ma non ci demmo per vinti, alla ricerca della cura miracolosa, ed un giorno, eravamo a passeggio col bimbo nel parco chiacchierando con un’altra mamma vicino all’altalena. Non volevo incominciare, lei sembrava troppo buona per far parte del club dei genitori senza sonno, i vestiti erano appen
a stirati, non c’erano tracce di Calpol (medicina per bambini) su di essi, non aveva occhiaie e sorrideva senza apparente sforzo. Ma il pesce mi rimproverò per essere troppo scortese e per non metterci un po’ di sforzo per essere gentile, e comunque venni a spere che anche lei aveva un bambino che per due anni non aveva dormito bene, ed eccolo là, che giocava con altri bimbi oltre lo scivolo, con un’aria felice ed un aspetto ben riposato. “Osteopatia Craniale” mi sussurrò nelle orecchie, passandomi il segreto del Santo Graal.
Ebbi un sussulto. Aggiungere alla lista, pensai. “No veramente” disse “ho provato di tutto, ed in tre sessioni Will è diventato un altro bimbo”. Mah, qualunque cosa, pensai. Il pesce rosso mi stuzzicò con una pinna appuntita, fatti dare il numero! Cosi feci. “Solo 60 euro a sessione!” sorrideva. “Non tanto da pagare per tornare a dormire” mi sussurrò il pesce. Si, davvero. Così chiamai e fissai un appuntamento, ci andammo tutti, io il bimbo ed il pesce, senza aspettarci niente.

La osteopata craniale prese il mio bambino come se fosse un preziosissimo vaso cinese, era calma e sorridente, ed appoggiò le mani molto gentilmente sulla testa, non come un massaggio, più come una carezza rassicurante. 60 euro per accarezzare? Ma il pesce mi azzittì, dagli una chance. Così tornammo per tre volte. E due notti dopo l’ultima sessione?
Mi vergogno ma ho dimenticato la data, il pesce probabilmente se la ricorda, ma sono certa che fosse novembre. So che quando aprii gli occhi la stanza era calda. O forse era il mio cuore che sprizzava gioia su un corpo che aveva riposato nel letto per sette ore e mezza senza muoversi. E dalla porta accanto attraverso il monitor, la parte più preziosa del mio cuore fece un respiro sommesso, risvegliandosi con facilità. Di sotto il pesce guardava di nascosto i teletubbies, più che altro per nostalgia che per necessità. Se potessi davvero ricordarmi la data potrebbe essere rinominata per decreto Giorno del Sonno. Per quanto mi riguarda vorrei segnarlo per me e per il pesce rosso, come il giorno in cui abbiamo dormito bene per la prima volta da due anni.