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La motilità osteopatica, un nuovo concetto basato sull’embriologia

Un libro molto interessante. Gli autori Alain Auberville, osteopata clinico, cofondatore dell’Eurostéo e dell’Institut Superior d’Osteopathie di Aix-en Provence e professore al Centre osteopathique du Quebec dove Andrée Aubin è direttore generale e insegnante, esplicitano un nuovo modello di motilità, legato alla formazione embrionale.
Il linguaggio utilizzato è legato alla tradizione che vede nel MRP, Meccanismo Respiratorio Primario, o Movimento RP, la base su cui si innesta un nuovo modello e nuove specifiche qualità di movimento, definito come motilità energetica. Partendo dai movimenti descritti da Blechschmidt  gli autori presentano una serie di tecniche di ascolto e valutazione del movimento di creazione embrionale, da quelle globali a più specifiche rispetto ai sistemi Nervoso, Neuro-Endocino, Cardiopolmonare, Digestivo, Genitourinario, Muscoloscheletrico, nell’ordine.  
Sicuri che il testo farà eco nella comunità osteopatica e non, sia per le possibili interpretazioni in campo biodinamico, che non sembra essere frequentato dagli autori, perchè contribuisce a mettere “in soffitta” il modello di fluttuazione del Liquor e la sua influenza fasciale globale, che ormai sembra superato dalle moderne ricerche. (Vedi “I cinque modelli ostepatici”)

Pubblichiamo solo due immagini che possono aiutare nella descrizione del testo, che stiamo usando anche nella nostra pratica come un possibile e utile modello di ascolto e di contatto. 

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Tratto e tradotto (Grazie a Barbara) dal libro:

Modello embriologico per la motilità

In questa sezione, viene spiegato il concetto di base di questo lavoro che assume che è il movimento embrionale a definire la motilità di ogni struttura, costituente una caratteristica del movimento normale.

Sono esposte anche le relazioni tra motilità e mobilità, le possibili origini delle disfunzioni di motilità e l’importanza delle energie che si rinnovano.

Al di là della semplice dimostrazione teorica della sua presenza, qual è la sorgente dell’energia che può essere valutata in osteopatia e normalizzata a fini terapeutici? Dove si colloca e come si esprime? Com’è possibile applicare all’energia il principio osteopatico dell’importanza di un movimento ottimale per ognuna delle strutture del corpo?

La spiegazione proposta in questo lavoro si basa su di un principio unico. Questo principio è fondato sullo studio dei movimenti di tutte le strutture del corpo durante l’embriogenesi e si può applicare nello stesso modo a tutti i tessuti del corpo umano poiché nessuna struttura si trova esattamente nel luogo in cui è apparsa inizialmente. In effetti, per posizionarsi, tutte le strutture dell’embrione si spostano nei tre piani dello spazio, da una posizione iniziale a una posizione definitiva. Per realizzare lo spostamento e lo sviluppo delle strutture embrionali, deve essere presente dell’energia poiché essa è l’elemento indispensabile alla realizzazione del “programma” che sostiene tutta la precisione di quest’organizzazione e la giusta cronologia di questi spostamenti.

L’embriogenesi è molto certamente il solo momento nella vita umana nel quale tutte le strutture del corpo, senza eccezione, si spostano in modo autonomo e a partire dalla propria energia vitale. Questo tipo di movimento corrisponde ai fondamenti della definizione della motilità e ne possiede tutte le caratteristiche.

Primario nello sviluppo di tutte le strutture, è legato a un’energia che possiamo certamente qualificare come fondamentale.

Avendo l’organizzazione embriologica un carattere costante e immutabile, gli spostamenti delle strutture durante l’embriogenesi indicheranno un senso, una direzione e un’ampiezza ai movimenti di motilità che saranno espressi attorno a degli assi di movimento precisi. Poiché l’osteopata si interessa a tutte le caratteristiche del movimento normale per l’insieme dei tessuti del corpo umano, sembra perfettamente conforme ai principi osteopatici tradizionali valutare e normalizzare i movimenti di motilità di origine embriologica. Benché, lì per lì, la percezione e la normalizzazione di queste motilità possano apparire inaccessibili o chimeriche, risultati clinici probanti testimoniano che questa possibilità è reale.

L’insegnamento di questo concetto a diverse classi di studenti sembra anche dimostrare che la presenza di questi movimenti energetici di origine embriologica, così come le loro restrizioni, può essere effettivamente concretizzata da una palpazione affinata, nello stesso modo degli altri tipi di movimento che animano i tessuti del corpo.

Questi movimenti primordiali e l’energia che è loro collegata appaiono come un concetto fondamentale per valutare e guarire i tessuti del corpo umano poiché rappresentano l’energia vitale che i tessuti custodiscono.

La motilità energetica di origine embriologica non sempre appare nella sua forma ideale: è la disfunzione della motilità che sarà l’oggetto delle valutazioni e dei trattamenti proposti in questo lavoro. Questa espressione imperfetta può avere diverse origini. La clinica insegna che le energie che si rinnovano sono intimamente associate all’energia embriologica, la prima origine dell’insediamento delle disfunzioni di motilità è un cattivo apporto di queste energie o una loro inefficace distribuzione.

In effetti, il movimento ideale dell’energia, legato al movimento dell’embriogenesi, deve essere mantenuto e alimentato dai fattori estrinseci già menzionati: ossigeno, nutrienti e acqua, energia emozionale ed energie legate alle condizioni ambientali. Visto il carattere essenziale delle energie che si rinnovano e le loro origini diverse, potenzialmente instabili, le disfunzioni di motilità energetica sono molto spesso generate in questo modo.

La motilità può anche essere ostacolata direttamente da traumatismi esterni di diverse origini – cinetiche, infettive, tossiniche, chirurgiche, posturali- che impediscono l’espressione del normale movimento di motilità. Anche queste cause sono molto frequenti.

Interessando la motilità in modo primario, le conseguenze di questi traumatismi, finiscono con l’affliggere ugualmente la mobilità dei tessuti del corpo che non saranno nutriti correttamente  dalla presenza della loro motilità, della loro energia vitale. L’espressione della motilità può essere ridotta anche dal primario instaurarsi di importanti restrizioni di mobilità che, se sono abbastanza pesanti da ostacolare sufficientemente a lungo e in modo sufficientemente intenso la motilità, potranno rallentarla fino a che, eventualmente, non sembri totalmente assente da un tessuto. La porta d’ingresso disfunzionale è allora quella della mobilità. Quando avviene un tale tipo di traumatismo,c’è spesso una prima fase nella quale la struttura è “inibita”, cosa che favorisce, se questa inibizione persiste, l’instaurarsi di tensioni tissutali che si manifestano dopo qualche settimana. La disfunzione di motilità seguirà poco dopo.

Nella fase acuta che segue il traumatismo, l’intervento sarà quindi a volte più efficace se focalizzato sull’aspetto meccanico, ma, in un secondo tempo, la valutazione del funzionamento energetico permetterà di verificare e prevenire le ripercussioni di tale trauma.

La mancanza di motilità in una struttura, oltre ai segni e ai sintomi specifici che possono esserle associati, si traducono nella maggior parte dei casi in una densità eccessiva identificata alla palpazione, che indica che l’energia non riesce a circolarvi normalmente. A volte al contrario, la valutazione mostrerà un vuoto d’energia, ma questa situazione è meno frequente. (cf. capitolo 2: valutazione e normalizzazione della motilità).

Al momento della valutazione osteopatica, per apprezzare tutti i tipi possibili di movimento di una struttura, la motilità energetica dovrebbe essere valutata come un normale aspetto del movimento e aggiunta sistematicamente ai piani ossei, osteoarticolari e tissutali così come alla “micro-mobilità” legata al meccanismo cranio-sacrale classico – il concetto di “micro-mobilità” del meccanismo cranio-sacrale è spiegato più avanti in questo capitolo.

La presenza dell’insieme di questi tipi di movimento, è necessario affinché una struttura mostri un movimento qualificato come totalmente normale. Per essere dichiarata libera da disfunzioni, una struttura deve essere motile e mobile. Ma in quale ordine gerarchico, e con quali intenzioni, tutte queste componenti del movimento normale devono essere investigate e normalizzate perché la motilità e la mobilità si nutrano a vicenda e assicurino entrambe la salute dei tessuti?

Sembra logico che la prima intenzione, e la più frequentemente pertinente, sia di assicurare che i tessuti possano essere nutriti da un’energia sufficiente, il più vicino possibile alla normalità. Questa logica, più volte indagata in clinica, ha fornito risultati clinici ripetuti e probanti. In effetti, la presenza di questa energia, che permette la vitalità, è una condizione essenziale per l’espressione di una corretta motilità. Quante volte nella sua pratica un osteopata incontra dei tessuti pesanti, densi e secchi, che resistono alla normalizzazione? Quanti sforzi e tempo destinati a restituirgli sottigliezza e vita senza risultati pienamente soddisfacenti e duraturi e malgrado il fatto che la pura mobilità avrebbe potuto senza dubbio essere migliorata dagli interventi classici?

Un  tessuto in sofferenza per mancanza di energia è immobile. Non esprime più la sua motilità ed è devitalizzato. In una situazione cronica, diventa denso, diventa secco e freddo. Un tale tessuto non può dunque più essere mobile. Non può più essere felice. Spesso risponde male o non risponde per niente alle tecniche classiche di mobilità comprese le tecniche di micro-mobilità legate al sistema cranio-sacrale. In compenso la maggior parte delle volte, lo stesso tessuto risponde estremamente bene quando viene ripristinato il passaggio dell’energia di cui necessita. Spesso ritrova in pochi minuti un’elasticità, un colore e poi un miglioramento della sua mobilità. Questi cambiamenti possono anche essere sorprendenti all’inizio dell’impiego delle tecniche energetiche.

Diversi osteopati di talento sapranno leggere qui l’eco delle loro proprie pratiche che racconteranno diversamente, con altri modelli, i modi di fare, i gesti sviluppati con l’esperienza, per arrivare alle stesse constatazioni cliniche. Poiché laddove ci si interessa soltanto alla mobilità e ai parametri di movimento più “oggettivi”, mancherebbero sempre i parametri qualitativi che ancor meglio traducono la salute del tessuto. Il modello di motilità embriologica ha il merito di tradurre le sue preoccupazioni cliniche essenziali in un discorso coerente, sistematico e semplice, che può essere applicato nello stesso modo a tutti i tessuti e che permette di fornire una base teorica riconosciuta scientificamente per l’apprendimento: l’embriologia.

Prima di chiudere questa sezione, sarà utile rispondere a due domande poste di frequente dagli studenti durante i corsi.

Queste due domande riguardano il modo in cui le disfunzioni di motilità embriologica possono apparire nel corpo definitivo e se riguardano direttamente il tempo di sviluppo embriologico.

Per rispondere, bisogna ben comprendere che, anche se il principio che sostiene il concetto di motilità energetica è collegato al momento dell’embriogenesi, è evidente che le restrizioni di motilità riguardano il corpo definitivo e che, poiché le strutture del corpo finito sono, salvo in alcune malformazioni congenite, nella sede e nella forma previste, l’energia presente durante l’embriogenesi è palesemente riuscita perfettamente nel suo primo percorso. I movimenti di motilità sono dunque disturbati in un’anatomia formata la cui forma è, il più delle volte, invece perfettamente costituita. Le possibili fonti dei disturbi della motilità sono state spiegate precedentemente e non riguardano quindi il movimento embriologico originale. Può essere proficuo aggiungere a questo proposito, che alcune relazioni tra sviluppo embriologico e movimento sono state esposte da Blechschmidt nella sua opera “Come comincia la vita umana”. In essa l’autore, per spiegare lo sviluppo di un essere umano nella sua forma definitiva, ipotizza che i campi biodinamici e la cinetica dei movimenti embrionali, sono prevalenti sugli ambienti chimici ed elettrici così come sulla genetica. Sostiene che l’energia della crescita di una struttura è legata principalmente al suo movimento e che di conseguenza il movimento segna il suo sviluppo. A uno stadio così precoce come le prime settimane di vita, Blechschmidt nota già una relazione precoce tra struttura e funzione e considera che l’embrione è già, funzionalmente, un essere umano a sé stante.

Questo lavoro sostiene che la motilità energetica di tutti i tessuti del corpo, la loro motilità intrinseca, è collegata all’impronta del loro spostamento embriologico e che questa motilità dimora presente e percettibile nei tessuti definitivi. Asserisce anche che l’energia di origine embriologica dovrebbe conservare un movimento ideale sull’umano normalmente costituito e che fornisce un carattere fondamentale per la salute di tutti i tessuti del corpo.

L’osteopata alla ricerca di un movimento normale per un dato tessuto sarà dunque interessato dallo studio del posizionamento, della “messa in opera” del movimento primordiale di ciascuno dei tessuti. Per ogni struttura, è possibile una “messa in opera“ embrionale e un percorso di crescita che ha beneficiato di una certa quantità d’energia. Questo movimento impregnato d’energia, che ha permesso questa migrazione e questa crescita, può dunque essere strettamente definito da degli assi, delle direzioni, dei limiti precisi e un certo grado di libertà. Queste caratteristiche del movimento saranno alla base degli interventi clinici sulla motilità che sono proposti in quest’opera.