La nuova disciplina del Ben (d) essere

organizational1l benessere non ha nulla a che fare con la malattia….E’ una disciplina che si differenzia in modo netto dal dominio della malattia e dalla medicina come parte dell’organizzazione sanitaria….Possiamo dire, anzi, che, proprio per effetto della crisi della medicina, oggi questa parola abbia assunto un significato particolare, profondamente diverso da quello con cui veniva usato in precedenza. Tratto dal libro di Vittorino Andreoli, “La nuova disciplina del bendessere” Vivere il meglio possibile. Marsilio 2016

Vittorino Andreoli, psichiatra di fama mondiale e con una lunga esperienza clinica e di ricerca, dà un notevole contributo alle idee o ideali fondativi nel settore del Benessere, ma al di fuori dell’ambito Sanitario.
In questo momento in cui il parlamento affronta l’inserimento della Osteopatia e della Chiropratica nel Settore Sanitario (vedi decreto Lorenzin) e queste professioni si interrogano su quale deve essere la loro esatta collocazione se Sanitari tout court o in un nuovo ambito di Medicine Complementari, ancora tutto da definire legislativamente, poter ri-affermare la differenza tra Benessere e Sanità,  mi apre il cuore. Pubblico alcuni estratti del libro, illuminanti su questo tema, frasi che possono essere veri e propri slogan delle discipline bionaturali. Un libro da una ovvia prospettiva psico-logica che apre a noi operatori del benessere ampi spazi di riflessione di approfondimento, grazie Vittorino Andreoli.
Maderu

Estratti dal libro:

….Alla base di tutti questi richiami, tra passato e presente, c’è una precisa visione che attribuisce alla salute il sommo valore per l’uomo. Appare chiaro, inoltre, che la salute viene comunemente intesa come mancanza di malattie.

Del resto, nella metodologia medica l’obiettivo è quello di evidenziare segni specifici di malattia. Constatatane l’assenza, sia dal racconto del paziente sia nel corso della visita e con l’ausilio di esami di laboratorio, il medico giunge a dichiarare che si gode di piena salute.

Le malattie riguardano per lo più parti del corpo, organi (fegato, reni ecc.) o apparati (respiratorio, circolatorio ecc.), ma esistono anche malattie generali, come quelle metaboliche. Anche in questo caso, però, c’è sempre la tendenza a circoscriverle a un sistema (ematico, lipidico ecc.) Da qui discende anche la divisione delle varie branche della medicina.

Le espressioni «malattia», «malato», «ammalare» contengono la radice «male», altro termine che domina nella cultura occidentale. Al pari di quella vita/morte, la dicotomia bene/male è tra i dualismi più significativi. La malattia, del resto, può essere causa di morte e dunque si trova con essa in stretta associazione.

Nella storia del pensiero il male ha assunto una dimensione astratta, ben lontana dalla prassi medica, che ha il compito di trovare Yubi consistam, il luogo in cui si è insediato e le modalità attraverso cui provoca il disturbo.

Per millenni il male è stato legato agli spiriti, entità che non avevano una dimensione somatica e che, pertanto, potevano essere semplicemente «tirate fuori» dal corpo in cui si annidavano. L’interpretazione delle malattie, dunque, riconduceva agli dei, ai demoni, che s’impossessavano di un corpo.

La malattia era riducibile alla possessione. È questo il significato che domina nei Vangeli, dove Gesù guarisce gli infermi liberandone il corpo dai demoni che lo hanno invaso. Una volta entrati, gli spiriti potevano insediarsi nel cervello e rendere l’uomo violento oppure prendere dimora in un altro organo e paralizzarlo.

La condotta dei guaritori dell’epoca non deve certo meravigliare: non c’era, infatti, una visione organica delle malattie e, quindi, ogni cambiamento indotto nel malato appariva come un prodigio.

Non c’era alcuna possibilità che il male diventasse bene, se non per mezzo di una sostituzione. E anche quando, nella Grecia antica, con Ippocrate s’impose una medicina che potremmo definire in qualche modo scientifica, solo lentamente e a fatica ci si è liberati dal «male». Ai giorni nostri la parola «malattia» è ancora in uso, nonostante si sia espressa la volontà di sostituirla con il termine «disturbo».

Il benessere non ha nulla a che fare con la malattia. Possiamo dire, anzi, che, proprio per effetto della crisi della medicina e di quella visione che abbiamo qui richiamato, oggi questa parola abbia assunto un significato particolare, profondamente diverso da quello con cui veniva usato in precedenza.

Dal contenuto semantico del termine – che deriva dalla combinazione di «bene» ed «essere» – discendono alcune caratteristiche. Appare subito evidente, innanzitutto, la contrapposizione con il «male» di «malattia» e con il riferimento al corpo, sostituito, invece, dall’«essere», inteso come colui che è, che vive, che esiste e che richiede un quid che nelle religioni sarà l’anima: un ente esterno che si unisce al corpo, il quale è una realtà passiva che ottiene la vita dal Creatore, da dio. 

Nell’affermare che l’essere è al centro del benessere, il pensiero corre immediatamente alla fenomenologia e al suo fondatore, Edmund Husserl, ma anche ai numerosi arricchimenti apportati nel corso del tempo da psichiatri, studiosi del comportamento dell’uomo, come Karl Jaspers, Ludwig Binswanger ed Eugène Minkowski. Nella visione fenomenologica l’attenzione è rivolta all’uomo in quanto essere, nel senso attivo del termine: di esser-ci, vivere nel mondo e inter-relazionarsi. Proprio per effetto delle relazioni e, dunque, delle combinazioni, in cui sperimenta l’altro da sé, inteso come altro esistente o l’ambiente, la natura, l’essere muta in continuazione. Abissale appare la distanza rispetto al corpo (sano o malato) e rispetto alla combinazione con l’anima variamente intesa, poiché l’essere è il vivente qui-e-ora, è l’io nel mondo.

Un’ultima considerazione sottolinea in maniera ancora più decisa la distinzione tra salute e benessere: il benessere è una caratteristica applicabile, entro certi limiti, anche a persone affette da una malattia. Il punto centrale sta, ancora una volta, nella persona, combinazione di mente e relazioni, e nella maniera in cui questa vive il disturbo del corpo o di un suo organo. Ciò spiega anche come possano esserci vissuti molto diversi di fronte a una medesima malattia. È così possibile riscontrare persino negli Hospice – in cui si sta, sia pure sostenuti da cure palliative, in consapevole attesa della morte – casi di persone che sembrano godere di benessere.

È il punto di partenza per sostenere che si sta sviluppando una disciplina del benessere o per il benessere. Abbiamo scelto a questo proposito un neologismo, «bendessere», per indicare la disciplina che analizza, produce e promuove il benessere, termine che indica invece una percezione mentale del proprio essere. «Bendessere» indica un sapere, una scienza nel senso che vi attribuiva Jean Piaget. Una disciplina che si differenzia in modo netto dal dominio della malattia e dalla medicina come parte dell’organizzazione sanitaria.

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