La parola all’embrione (di Jaap van der Wal)

Estratto del fascicolo EMBRIO Dossier 2005

Immagina di essere (ancora) un feto. Pensando che il mondo sia come te, lo conosci e lo sperimenti in quel momento. In quale altro modo potresti immaginarlo?
Ti sei appena svegliato in questo mondo, in questa realtà, esercitando e scoprendo i tuoi sensi, stai ancora sognando e lentamente, gradualmente, stai diventando consapevole delle cose, del mondo intorno a te.
La tua esperienza non va oltre un caldo manto d’acqua: un calore indistinto ti avvolge, ti riconosci trasportato in una coperta che si arrotola e che viene data con delicatezza. La consapevolezza non va al di là di ciò. E’ buio, di tanto in tanto c’è una luce che risplende sommessamente, si sentono rumori confusamente attenuati, voci e il battito mormorante di un cuore.
E’ qui, tutto intorno a te. Le cose non hanno ancora un nome, non ci sono ancora concetti. Potresti pensare: “Questo, questo è il mondo, è la realtà; e allora? Come sarà la mia vita?”.


Come potresti saperlo meglio? E ti affezioni a questo mondo. Arrendendoti completamente, cominci a costruire la fiducia e la vita in questo mondo, in questa coperta viva di membrane e di placenta. Questa è la tua salvezza e la tua sicurezza, è il luogo in cui trovi aria e cibo, qui vivi, qui ti sei stabilito; una base solida e sicura, sotto i tuoi piedi c’è la terra. “Guardami, appeso a corde lunghe quanto la vita”, come dice il poeta.
Immagina di essere (ancora) un feto e potresti pensare:”E’ così, è così che dovrebbe essere. Questa è la vita, l’esistenza; questa è la mia realtà, il mio mondo”.


(…..)

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