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Nella profondità dello Psoas. Intervista a Liz Koch.

Intervista a Liz Koch – Parte 1

Intervista a Liz Koch – Parte 2

Intervista a Liz Koch – Parte 3

Intervista completa in inglese

Prima parte

Testo dell’intervista a cura di Maderu Pincione e Delia Santangelo Williams

1. Come è nato il suo interesse per lo Psoas?

Tutto è iniziato con i miei traumi familiari, mal di schiena, scoliosi, cifosi, lordosi. In parte, il mio desiderio di stare bene mi ha portato a interessarmi dello psoas, sebbene non pensavo di poter tornare a stare bene. E stato un’insieme di fattori. Insieme al mio interesse per l’evolversi dell’essere umano, insegnavo scultura ed ero sempre alla ricerca di idee creative e la creatività mi ha condotto allo psoas.


2. Può descriverci il suo approccio con lo Psoas?

Il mio approccio, chiamato Core Awareness, e in particolare lo psoas, si rivolge all’intelligenza biologica dell’organismo umano sviluppando consapevolezza delle sensazioni. Mi interessa un dialogo diretto con la vita mentre la vita si manifesta attraverso la mia persona. Lo Psoas è una porta per accedervi, perchè origina dalla linea mediana. Nella metafora o modello embriologico siamo primariamente una linea mediana e da questa letteralmente cresce lo psoas. Essendo l’espressione della mia centralità io considero lo psoas un messaggero e riconosco che mi comunica dal profondo di me stessa ed io presto attenzione e ho imparato il suo linguaggio, lo psoas mi informa se il mio sistema possiede integrità e coerenza oppure no. Questo è per me il modo migliore di descrivere il mio approccio.


3. Quali sono stati i suoi insegnanti e quali le esperienze più significative per lei?

Il mio primo insegnante è stato Bob Cooley a Boston autore di Genius of Flexibility che, per primo 40 anni fa, mi ha fatto conoscere il muscolo psoas. Un’altra insegnante importante è stata Aminah Raheen, psicologa, esperta di digitopressione. Era mia collega e quando l’ho conosciuta sono stata affascinata da lei come essere umano e ho deciso di studiare con lei e di diventare una professionista di digitopressione, praticando a lungo. Lei mi ha fatto conoscere la forza guaritrice dell’energia. Emilie Conrad, fondatrice del Continuum Movement, collega e insegnante, mi ha ispirato profondamente  a sentirmi un essere umano. E’ stato quindi il movimento somatico che mi ha portato ad essere in contatto con me stessa, con le mie necessità e, più importante di tutto, con i miei desideri.

4. Quali sono i benefici che, secondo lei, il suo approccio può dare per la salute e il benessere?

In modo molto semplice, può dare ottimi risultati e benefici come risolvere il mal di schiena, allentare tensione e stress. Lavorare con lo psoas vuol dire uscire dalla modalità di mera sopravvivenza e permetterci di rifiorire. Vuol dire entrare veramente in contatto col nostro centro, non con una strategia di sopravvivenza o ripiegamento, ma come un rinascere per divenire pienamente chi siamo.

a cura di Maderu Pincione
Dall’intervista con Liz che conosco per la prima volta, mi stupisco delle assonanze di quello che dice e la disciplina craniosacrale. Le sottolineiamo per poi approfondirle.
L’approccio alla vita che si manifesta nella persona, per Liz è come per il craniosacrale.
Siamo una linea mediana e da questa cresce uno psoas, come se gli psoas fossero l’apparato radicale della linea mediana, un’idea che non ho ancora trovato nella letteratura e nelle esperienze cranio sacrali e che mi sembra affascinante.

Seconda parte

Testo dell’intervista a cura di Maderu Pincione e Delia Santangelo Williams

5. Lei parla dello Psoas come “muscolo dell’anima” o “dell’intuizione di pancia”, quali metodi usa per lavorare a questo livello?

Consiglio alle persone di rallentare perchè il tessuto può guarire solo se siamo nell’ambito del sistema parasimpatico, pertanto rallentare è un fattore fondamentale per arrivare allo psoas. Utilizzo micromovimenti, movimenti fluidi, ondulatori, oscillatori e a spirale e uso la consapevolezza. Aiuto le persone a divenire consapevoli di ciò che sentono dentro se stesse e a dare a questo un valore.

6. Che idea ha lei dell’Osteopatia e del Pilates e come può il suo approccio apportare nuovi elementi a tali metodologie?

Considero l’Osteopatia e il Pilates due cose molto diverse. Tuttavia non è importante cosa si fa, ma come si fa. Ad esempio, si può avere un approccio embriologico in Osteopatia come molti hanno, oppure un approccio meccanico. Per il Pilates, le sue radici e intenzioni sono il controllo mentre alla base del mio lavoro c’è la consapevolezza. Mi interessa molto di più la consapevolezza che il controllo. Credo che la consapevolezza porti il nostro sistema ad un livello di integrazione che il controllo non ci fa raggiungere. Tuttavia, ci sono insegnanti Pilates che lavorano in modo molto somatico e quelli che lo fanno possono aiutare le persone, con esercizi molto funzionali, ad acquisire una consapevolezza somatica o di ciò che stanno facendo e così prevenire eventuali lesioni. Il mio approccio contribuisce a queste idee perchè credo che quando siamo consapevoli sensorialmente, quando impariamo a riconoscere ciò che proviamo, al contrario di molte persone che non sono consapevoli di molti aspetti di se stessi, rimpararando ciò che facevamo da bambini, tornare a quella consapevolezza enfatizzerà ogni cosa che facciamo. Inoltre cambierà il paradigma da un modello meccanico sia che venga usato in Osteopatia o nel Pilates. Il modello meccanico è limitato e a me interessa cambiare il discorso e il linguaggio. Un tipico esempio, la prima cosa che insegno è che nessuno ha inserito il nostro psoas. Nel linguaggio biomeccanico si parla dell’inserimento dello psoas nella 12°vertebra toracica. Tutto ciò è incoerente perchè nessuno ha inserito il nostro psoas. Questo è un modello meccanico che vede l’essere umano come un oggetto e non come un processo vitale. Se non cambiamo quindi il linguaggio, non importa che tipo di lavoro facciamo, siamo incoerenti se usiamo un modello biomeccanico, mentre
siamo interessati a sollecitare un evento organizzativo di autoguarigione spontanea.
Come processo vitale, l’organismo umano si auto-corregge e si auto-organizza. Gran parte del mio lavoro consiste nel prenderne atto all’interno di noi stessi, non imparando dall’esterno, ma attraverso l’esperienza interiore.

7. Perché lei preferisce e sostiene la NON-manipolazione dello Psoas?

Perchè lo psoas è un tessuto intelligente e non è lui il problema. Quando si cerca di ottenere una reazione dallo psoas, questo è esattamante ciò che si ottiene: una reazione.  Le cose possono cambiare per un po’ ma non c’è risoluzione. Lo psoas è semplicemente un messaggero del sistema nervoso centrale e io dico non te la prendere col messaggero! Consideratelo in modo semplice come la linea mediana primaria del nostro organismo, è come un bruco. Se pungiamo un bruco, si arriccerà  e se pungiamo lo psoas reagirà, ma questo non promuove il prosperare nè una risposta di sicurezza o di integrità. Perciò, manipolare l’altrui o il proprio psoas, è mancanza di rispetto verso l’anima e il centro di un organismo umano, sottintende che esso non sappia come fare qualcosa, che abbia bisogno di insegnamento e che gli si debba imporre una correzione. Inoltre, sottintende un livello di stupidità mentre io trovo l’organismo incredibilmente intelligente. Pertanto, io ricerco cos’è che interferisce con la capacità di autocorrezione del sistema.

 

Terza parte

Testo dell’intervista a cura di Maderu Pincione e Delia Santangelo Williams

8. Cosa pensa della biodinamica craniosacrale? Alcune sue modalità sembrano vicine alla biodinamica craniosacrale, lei è d’accordo?

Non ho studiato la biodinamica craniosacrale, ma in base a ciò che so sulle sue premesse, potrei dire che nasce da una prospettiva simile. Direi che la differenza principale tra il mio lavoro e altri sistemi sta nell’approccio. Per prima cosa, riconosco la nostra capacità di autoguarigione ed è molto bello avere qualcuno che ci aiuti in un tale processo. La comunità è assolutamente necessaria per crescere. Ma in ogni momento della nostra giornata noi possiamo accedere all’interno di noi stessi. Imparare a sviluppare un rapporto più profondo con noi stessi, ad incarnare il nostro corpo: questo è precisamente l’oggetto del mio lavoro. Il mio lavoro non è aggiustare le persone o aiutarle a sentirsi meglio, ma sperimentare la mia autoaffermazione in modo da non dover dipendere da alcun terapista per raggiungere un qualche livello di coerenza. Questo non vuol dire che non apprezzi il bodywork, al contrario. Però il mio lavoro riguarda l’esperienza incarnata e come avere accesso al guaritore che è dentro di noi. Questo è l’aspetto importante del mio lavoro. Quando lavoro con i terapisti, non voglio insegnare loro in che modo io lavoro con lo psoas degli altri, ma voglio che  loro stessi facciano l’esperienza incarnata del loro psoas, perchè è da questo che nascerà la loro sensibilità creativa, spontanea e intuitiva, senza la quale tutto si riduce soltanto ad una tecnica, una mera filosofia che non è presente nello spazio e nel tempo.

9. Quali sono gli aspetti contrastanti e le similitudini tra il suo approccio e quello di Tom Myers, l’autore di Anatomy Trains?

Mi è stato chiesto molte volte di confrontare il mio approccio con altri sistemi, il che è diverso dal chiedermi di parlare del mio lavoro. Vorrei puntualizzare che la mente delle persone fa riferimento ai paragoni, vogliono capire se un tale lavoro è come questa o quell’altra cosa. Non ho quindi problemi a rispondere, ma dato che mi interessa molto il potenziale umano e le varie forme di condizionamento che interferiscono con la mia consapevolezza innata, mi accorgo che quando qualcuno mi chiede se il mio lavoro è simile a qualcos’altro, ha già un’idea che non gli permette di sperimentare un’altra cosa che sia diversa, perchè cerca sempre un paragone. Questo solo per puntualizzare. Conosco Tom solo tramite i suoi scritti, abbiamo bevuto un thé a casa mia dove è stato ospite per una notte durante i suoi viaggi, abbiamo parlato e gli ho fatto un’intervista di 2 ore pubblicata sul mio sito in 2 parti, una conversazione proprio sulla manipolazione o meno. Suggerisco a tutti di ascoltarla. Comunque, ripeto, il mio approccio non consiste in un modello prefissato, non è focalizzato sull’ottenere dei risultati. Non ne ho bisogno. Insegno alle persone ad essere presenti a se stesse. Più una persona è presente, più guarisce e più si sente meravigliosamente bene dentro. Non ho qualcuno che mi dica: ho questo dolore e voglio che tu lo mandi via. Non vuol dire che non abbia dei clienti privati con dolori, però io insegno loro ad essere presenti con se stessi e a come entrare in contatto con l’intelligenza del loro psoas. In questo modo, hanno l’opportunità di divenire più consapevoli e di acquisire una maggiore autoaffermazione. Ciò che vedo e capisco del lavoro di Tom e di tutti quelli che lavorano direttamente sullo psoas – premetto che credo che più si sta lontano dallo psoas, migliori saranno i risultati – è che l’impulso ad aiutare qualcuno deriva spesso dalla paura e può essere impercettibile; so che detto da me, può sembrare controverso, ma proviene in realtà dalla risposta primitiva alla paura detta “fuga o lotta”: voglio aiutare qualcuno e se riesco a farlo stare meglio, mi sentirò meglio dentro anch’io. Da questo deriva in parte l’impulso ad aiutare un altro. Pertanto, se non sono totalmente in contatto col mio centro profondo e non ho consapevolezza sensoriale, tenderò a cercare di sforzarmi di aiutare, primo perchè mi pagano, secondo perchè voglio avere successo, ecc. Tutto questo scaturisce da un certo tipo di energia. Mentre io non ho bisogno di andare in quella direzione. Siamo molto diversi. Penso che Tom abbia un profondo senso di se che non necessariamente anche i suoi studenti abbiano. L’insegnante può avere una grande sensibilità, ma ciò non significa che gli allievi ne abbiano altrettanta e Tom ha impiegato molti anni per svilupparla. Pertanto, manipolare direttamente lo psoas, come Tom consiglia di fare – o almeno lo consigliava in passato, negli anni si è molto ammorbidito – provoca dolore fisico e quando questo accade, dal momento che lo psoas è un tessuto istintivo, se stuzzicato, reagirà, ma il risultato non durerà a lungo. Allora c’è bisogno di qualcos’altro che per me è sperimentare la propria integrità. Tom dirà che ci sono vari modi per aiutare ad ottenere integrità, ed io sono d’accordo, ma so che la manipolazione diretta e intenzionale dello psoas è un fraintendere il messaggio che lo psoas ci fornisce. Lo psoas è solo un messaggero. E’ estremamente raro che sia lui il problema. Lo psoas è situato in quello che chiamiamo il centro neuronale del simpatico, è tessuto connettivo e si trova nel luogo più profondo dell’organismo, insieme al midollo spinale e ai reni ed è parte della risposta del simpatico, che se stuzzicato, reagirà, ma questo non produrrà coerenza nel sistema. Idratare il sistema, nutrire il sistema produce coerenza, sia tramite il movimento o la nutrizione, il sistema si idrata e guarisce e il nostro centro, se scadente, può rifiorire. E’ esattamente come una rosa, non puoi farla aprire tirando i suoi petali. Non puoi sollecitare la sua fioritura. Puoi soltan
to interessarti a darle supporto per ottenere che fiorisca. Allo stesso modo, lo psoas dal centro profondo del nostro essere crea coerenza. Dobbiamo ascoltare il suo messaggio: cosa ci comunica quando è in tensione o irritato? Non ci dice certo di aver bisogno che qualcuno allenti la tensione, un muscolo psoas non è debole, ma se erroneamente pensiamo che lo sia, vorremo rafforzarlo, mentre lo psoas è esausto! E quindi ci rivolgeremo a lui in modo diverso: non cercheremo di farlo reagire, non ne abbiamo bisogno. Pertanto, la questione è comprendere lo psoas e così facendo, cambiare il nostro approccio. Se sai che qualcuno è esausto lo tratterai diversamente da come faresti se pensassi che è debole. Oppure se è teso vorremmo che non lo fosse e cercheremo in qualche modo di alleviare la tensione. Ma se sai che ti comunica che qualcos’altro è incoerente, forse l’apparato scheletrico è disturbato, la propiocettività è disturbata, allora piuttosto che focalizzarci sullo psoas, andremo ad interessarci del mandante del messaggio. Nel momento esatto in cui lo facciamo, il sistema lascia andare lo psoas che non sarà più coinvolto e non dovrà più compensare per altri disordini dell’integrità centrale del sistema.

Intervista completa in inglese