Regole per i trattamenti

di Rollin Becker

tratto dal sito www.aibic.it della Associazione Italiana di Biodinamica Craniosacrale

Quando affrontiamo le forze intrinseche del corpo è necessario redigere una serie completamente nuova di regole del gioco.

Nella pratica professionale comune, individuiamo una gola arrossata, decidiamo che il paziente ha bisogno di penicillina e gliela prescriviamo. Questa è una visione esterna dell’evento. Possiamo anche mettere un paziente affetto da infiammazione dell’ileo-psoas su una macchina che stimola la zona con corrente galvanica, quindi immergerlo in una vasca idromassaggio per 15 minuti. Si tratta di congegni meccanici da noi diretti, e fin qui va tutto bene: essi fanno quello che devono fare. Oppure, potremmo porre le mani sul paziente e fornirgli un punto focale attraverso il quale possono prodursi i cambiamenti del tessuto locale. Nel caso dell’infiammazione dell’ileo-psoas, queste altre differenti modalità di trattamento lavorano sulla muscolatura volontaria che si contrae e protesta. È tuttavia possibile entrare in contatto con un sistema involontario che lavora dieci volte al minuto pompando nell’area di tensione.
Occorrono normalmente da sette a dieci minuti prima che si mettano in moto dei cambiamenti, mentre abbiamo le mani sul paziente. Il fatto di avere le mani in posizione e di esserci sintonizzati sul paziente non significa che tutto avvenga inevitabilmente subito. Il corpo è progettato per lavorare in modo ponderato. Molto prima di avere le automobili, persino molto prima dell’invenzione della ruota, l’uomo si muoveva utilizzando il medesimo equipaggiamento che usiamo oggi, e la risposta del corpo ad un trattamento richiede del tempo. Effettuare un trattamento richiede del tempo, sebbene sia raro che un paziente resti sul mio lettino più a lungo di 20 minuti. Si tratta ciononostante di 20 lunghi minuti, e quante iniezioni di penicillina posso fare in 20 minuti? Questo è il motivo per cui numerosi colleghi hanno abbandonato l’uso dei trattamenti con imposizione delle mani dal momento che, nel medesimo intervallo di tempo, possono visitare cinque pazienti.
Grazie a questo approccio, tuttavia, si lavora con le risorse naturali della fisiologia umana, operando dieci volte al minuto per un numero x di minuti, al fine di ottenere un punto nel quale l’insieme del meccanismo del tessuto connettivo e l’insieme dei fluidi del corpo – incluso il fluido cerebrospinale e la linfa – interagiscano con il Respiro della Vita. A volte occorrono da sette a dieci minuti prima che questa massa di fluidi e le relative membrane rallentino ed accedano ad un punto fermo, durante il quale avviene l’interscambio, dopodiché c’è un deflusso che risolve lo spasmo. I tempi sono stabiliti dal meccanismo del corpo: occorre più tempo per utilizzare un trattamento di tal genere, giacché questo è il modo in cui il corpo stesso è preordinato. Non è possibile eluderlo.
La caratteristica delle forze fisiologiche è che, una volta sufficientemente sollecitate, esse agiranno a modo proprio.

Quando, alla fine, arriveranno effettivamente a compiere le loro correzioni, opereranno perlopiù nel tempo che intercorre tra un trattamento e l’altro. Spesso il paziente non si accorge di quanto stia avvenendo. Poi, finalmente, si realizza un grande cambiamento. Mi è capitato talmente spesso con così tanta gente! Ma va bene così, perché io non ascolto il paziente che accede al proprio miglioramento. Mi sintonizzo con tutto ciò che il corpo mi riferisce di ritorno, quali cambiamenti stia cercando di operare, quale sia la sua relazione con ciò che era presente prima che io cominciassi e quali siano i suoi obbiettivi per le ore successive. […]

Il ruolo dell’operatore
Un altro punto importante è che l’operatore non appoggia fisicamente le mani sul paziente in maniera non vitale ed inattiva. Non si può stabilire un fulcro e poi limitarsi semplicemente a stare lì seduti. Se fosse così semplice, si potrebbe ideare il modo per sistemare un braccio di plastica sotto il paziente, girare una manovella e andarsene.
L’operatore è parte del quadro globale: sollecita il semplice riflesso spinale ed il complicato riflesso del sistema nervoso centrale, poi osserva la risposta dinamica (i cambiamenti anatomo-fisiologici che avvengono all’interno del paziente), sente il fulcro che, correggendo, si muove all’interno del paziente. Deve inoltre regolare la pressione applicata al fulcro per adattarla al caso specifico, man mano che il fulcro si sposta verso la fase terminale. Il suo contatto manuale di leva controlla, regola e segue le direzioni del movimento all’interno del processo.
Soltanto lui, come operatore-osservatore, può sapere quando è stato raggiunto il punto in cui, per quel giorno, il ciclo di correzione è compiuto.
Un paziente affetto da stanchezza cronica richiederà un approccio più breve per concludere questo ciclo, perché non potrebbe sopportarne uno più lungo.
Un paziente con un dolore acuto alla zona lombare causato dal sollevamento di un grosso peso richiederà una gran quantità di pressione sul fulcro e di un contatto manuale di leva adeguato per mantenere il grado di intensità dell’energia che è stata necessaria per produrre quel dolore.
I nostri trattamenti falliscono se, come quando giochiamo a golf, non guardiamo in basso verso la pallina, ma rivolgiamo lo sguardo in alto e non prestiamo attenzione. L’operatore è vivo e dinamico e ogniqualvolta avvengono dei cambiamenti all’interno dei tessuti li diagnostica e pone domande a se stesso e al paziente. Non sta lì seduto pensando ai fatti propri, seguendo semplicemente il movimento di fluidi, tessuti, muscoli o articolazioni.
Spesso ci domandiamo: “Per quale ragione è necessario un operatore?”. E’ necessario perché deve cambiare marcia per adattarsi ai problemi presenti all’interno del sistema del paziente e ottiene una risposta perché ha stimolato un arco riflesso nel sistema nervoso centrale.
Potrei aggiungere altri dettagli, ma la sostanza di ciò che voglio dire è che la lesione rappresenta la risposta all’energia dell’ambiente esterno, che le due cose insieme fanno parte dell’anatomia e della fisiologia del paziente e che il paziente ha bisogno di diagnosi e di trattamento per entrambe le fasi.
Ciò è vero indipendentemente dall’uso da parte dell’operatore della tecnica del fulcro o di qualsiasi altra tecnica osteopatica.
Ciò che importa è che si cerchi di analizzare la reale importanza della lesione che nel mio libro rappresenta una pietra miliare per comprendere il modello complessivo della fisiologia e della patologia del paziente.

Tratto da: “The Stillness of Life” di Rollin E. Becker, D.O.
Edizione Stillness Press, LLC.

Traduzione di Chiara Garioni e Germana Fruttarolo