Essere corpo

opennessCome ripensare lavoro, educazione, sport, architettura, design, moda, salute e spiritualità da una prospettiva corporea.
Di Tere Puig e Jader Tolja

Per trasformarsi è necessario scendere nel corpo, altrimenti niente cambierà veramente.
ANNIE BRESSANT

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Dall’introduzione del libro

Proprio come una persona si ritrova a comprare un computer per estendere le proprie capacità e soddisfare meglio alcuni suoi bisogni, il corpo, per gli stessi identici motivi, sviluppa una mente cosciente. E così come un computer non ha accesso a tutte le informazioni di cui disponiamo noi, analogamente la mente è cosciente solo di una quantità esigua di informazioni rispetto a quelle elaborate dal sistema nervoso del corpo nello stesso lasso di tempo. L’unica differenza è che mentre un computer non pretende, con le poche informazioni di cui dispone, di sapere chi siamo, che spazi dobbiamo abitare, come dobbiamo mangiare, vestirci, lavorare e relazionarci, la mente cosciente, invece, «ignorando la sua ignoranza» scambia la propria visione semplicistica del corpo per realtà e disegna i diversi aspetti della nostra vita in base a questa.

La conseguenza di ciò è che la visione che la mente ha del corpo, del pensiero e dei diversi aspetti della nostra esistenza non è oggettiva, ma autoreferenziale. La mente pone cioè se stessa al centro. Non diversamente da come, prima di Copernico, si poneva la terra al centro dell’universo: non solo per ignoranza, ma anche perché, essendo da lì che si osservava il resto, risultava più semplice.

L’idea di essere una mente che possiede un corpo è altrettanto insensata di quella che il nostro computer possieda noi. Il ridimensionamento di questa «presuntuosa ingenuità» si ottiene passando dall’idea di «avere un corpo» a quella di «essere corpo». Il processo di apertura della coscienza che ci permette di uscire dalla riduttiva identificazione con la mente per riconoscerci in una più profonda e tridimensionale col centro del nostro essere è chiamato embodiment, cioè «essere corpo».

 Essere corpo e craniosacrale, ecco alcune citazioni:

Fu così che una bella e limpida mattina newyorkese dei primi anni ’80 fui invitato a casa sua da Rosemary Feitis3 che, essendo a conoscenza del mio particolare interesse per tale tessuto e le sue implicazioni, si era offerta di farmi provare una forma di terapia craniosacrale apparsa di recente. Le sensazioni provate durante tutta la seduta furono abbastanza intriganti, ma la parte più interessante doveva ancora arrivare. Quando mi rimisi in piedi sentii la testa e il volto non solo diversi da prima, ma anche asimmetrici, per cui cercai uno specchio per verificare se le mie sensazioni soggettive avessero un qualche riscontro oggettivo. Effettivamente l’occhio destro era più cupo e torvo e il sopracciglio corrispondente decisamente più basso e chiuso. In quel momento mi sarei aspettato che il ribilanciamento dovesse passare attraverso un’ulteriore manipolazione, mentre il suggerimento di Rosemary fu qualcosa di imprevisto che mi suonò surreale, qualcosa come: «Prova a ruotare un po’ all’indietro l’emisfero cerebrale destro». Confesso che il primo impulso (e forse anche il secondo) fu quello di pensare a come avevo potuto non accorgermi, negli anni in cui ci eravamo frequentati e avevamo lavorato insieme, che Rosemary fosse pazza. Considerato però che in precedenza mi aveva sempre dato prova di competenza e credibilità, provai – con molto scetticismo, lo ammetto – a fare quella che mi sembrava una delle tante trovate new age di moda in quel periodo. Con una certa sorpresa la sensazione interna cambiò radicalmente. Caro vecchio amico placebo, pensai subito, convinto che si trattasse di semplice suggestione. Salvo poi rimanere di stucco quando, trovandomi nuovamente di fronte allo specchio, notai una chiara riorganizzazione delle ossa craniche, ottenuta nel giro di pochi secondi e senza alcuna tecnica manuale, per cui la forma e la struttura del cranio erano ridiventate simmetriche.

Voler migliorare a tutti i costi determina effetti deleteri e contrari perché il corpo, che è un ecosistema molto più sofisticato, semplicemente non vuole l’interferenza dell’Ego. Il processo più difficile, e che tecniche come certe forme di yoga, la meditazione, il tai chi, la terapia craniosacrale, ecc. possono favorire, è proprio questo lasciare che l’organismo si espanda e si regoli spontaneamente. Così come mi ritroverò a mangiare meglio se mi sento libero e sono informato sulla qualità dei cibi e sul loro effetto, se nessuno mi forza a essere spirituale e compassionevole mi ritroverò a esserlo naturalmente. E in modo consistente. Semplicemente perché è quanto di più bello si possa provare.

Come possiamo sapere se stiamo migliorando o peggiorando il nostro essere corpo?

Ci sono vari criteri per sapere se abbiamo migliorato o peggiorato questa condizione: le sensazioni corporee, la qualità del movimento, la respirazione, la voce, la relazione del mio corpo con l’ambiente, la capacità di ascoltare le proprie necessità. Dopo una pratica corporea posso chiedermi: sento il mio corpo più o meno abitatodalla mia presenza? Mi sento più radicato nel corpo o mi sento come se ne fossi all’esterno? Penso ad esempio alla sensazione che provo quando faccio una seduta di terapia craniosacrale con un terapista ben «incarnato». Alla fine sento che i piedi sono più miei, che sono più abitati. Ho una sensazione più chiara di «essere» anche i miei piedi. E cosa succede dopo una sessione tecnicamente perfetta, che libera il corpo senza però sviluppare embodiment? In mancanza di embodiment, dopo un trattamento molto forte magari posso sentire che il mio corpo è più libero, ma che io ci sono meno dentro, come se lo stessi solo usando. Manca la sensazione di radicamento, per cui di fatto mi sento quasi come una marionetta: non provo piacere, non ho percezioni né sensazioni.

Come succede ad esempio con la terapia craniosacrale biodinamica, una delle forme più profonde ed ecologiche di approccio all’ecosistema umano.

L’essere corpo (o embodiment per gli anglosassoni) è l’aspetto più
elusivo, e allo stesso tempo indispensabile, perché un percorso, sia
esso di tipo corporeo, psicologico o spirituale, non si limiti ad
essere formale. Vediamo perché.

Cosa si intende per essere corpo?

Penso che l’immagine che rende meglio l’idea sia quella di un gatto in azione.
Qualsiasi cosa faccia, un gatto la fa con tutto se stesso, così completamente
che molte persone provano un senso di profondo piacere anche solo
nell’osservarlo impegnato in una sua qualsiasi attività. Attenzione, intenzione,
movimento, respiro, istinto, sistema nervoso, emotività e piacere sono in un
felino così profondamente coerenti che anche una parola come
«integrazione» risulterebbe riduttiva per descrivere una realtà in cui questi
aspetti sono praticamente indistinguibili in quanto espressione l’uno
dell’altro. Il gatto per sua natura è incapace di dissociarsi internamente,
processo che noi umani invece facciamo di continuo.

Può esemplificare con un’immagine altrettanto concreta l’esempio
opposto al gatto?

Ovviamente dipende sempre dai singoli casi, ma esistono ambienti e lavori
che richiedono o premiano maggiormente la dissociazione interna tra il corpo
e le qualità citate prima, come la sensibilità e l’emotività. Penso ad esempio ad
alcuni sport professionistici, al mondo della pornografia, al mondo dello
spettacolo, ma anche a forme di yoga o di danza basate sulla prestazione
spettacolare invece che sul sentire. Contesti in cui più ci si dissocia dal
proprio corpo e dal proprio sentire, e più si riescono a ottenere risultati.
Perché chi è più internamente desensibilizzato, più facilmente riesce ad
abusare del proprio corpo e quindi a spingersi oltre con allenamenti o
prestazioni fisiche.

Accennava anche al mondo dello spettacolo, può fare degli
esempi?

Sì, pensiamo ad esempio alla presentatrice di un talk show in trasmissione da
anni tutti i giorni che con il sorriso e le parole mostra allegria e compassione e
con gli occhi invece stanchezza e tristezza. O il ballerino che interpreta una
danza che in teoria dovrebbe essere un inno alla gioia, ma di cui invece
percepiamo soprattutto lo sforzo, perché la performance non nasce da una
sensazione autentica del momento, ma da prove fisiche estenuanti, o il
cantautore che ricanta un suo vecchio successo, perché è quello che ancora gli
chiedono pubblico e impresari, ma incapace di incarnare la condizione
emotiva che provava invece quando scrisse quella musica e quelle parole in
passato, perché nel frattempo lui è diventato un’altra persona.

Comunque, perché proprio il gatto e non un altro animale?

Sicuramente questa coerenza è presente in tutti gli animali, ed è per questo
che molti di noi se ne innamorano. Un animale è una cosa sola con il suo
corpo perché non c’è un Ego, non c’è un’attività mentale autonoma e separata
che limita o interferisce con quello che il suo corpo esprime. Il motivo per cui
nello specifico, anche parlando con i colleghi che condividono l’opinione che il
tema dell’embodiment sia cruciale, viene in mente un gatto, credo dipenda
anche dal fatto che è considerato l’animale con il sistema nervoso più simile
all’uomo (una buona notizia per i neurologi e per la scienza, ma molto meno
per i gatti, su cui per tale ragione è stata purtroppo praticata la maggior parte
degli esperimenti che hanno fatto progredire la neurologia), per cui
l’identificazione, oltre che più facile, è anche più evidente.

Perché non ci muoviamo anche noi umani con la stessa coerenza e
intensità di un gatto?

Perché per gli esseri umani esiste una complicazione in più. Mentre il
percorso evolutivo da animale arcaico a felino è caratterizzato in fondo
soprattutto da un affinamento del sistema nervoso, negli esseri umani
compare un elemento che non è così automaticamente integrabile con il resto:
l’Ego. Quando l’Ego non è presente, come in certe situazioni di ambito
psichiatrico, il corpo continua a funzionare come sa.

Può fare un esempio?

Ricordo due persone internate da anni all’ospedale psichiatrico dove lavoravo
agli inizi del mio percorso lavorativo. Una andava sempre in giro in
canottiera, estate e inverno, e non si ammalava mai. Non aveva un’identità
capace di pensare: « Se prendo freddo mi ammalerò ». Non c’era un’identità a
condizionare il corpo, ma solo un corpo che si autoregolava direttamente,
senza interferenze mentali. All’altro succedeva praticamente la stessa cosa.
L’unica differenza era che lui indossava sempre un maglione di lana a collo
alto: estate e inverno.

Può spiegare ulteriormente questo processo?

Quando non c’è pensiero, il nostro corpo è come quello di un cane o di un
gatto. Un gatto non prende il raffreddore, pur non vivendo in una casa
riscaldata, o uscendone e rientrandoci a piacere. Un cane beve ovunque gli
capiti eppure non si ammala, malgrado il suo fisico e la sua fisiologia non
siano poi tanto diversi dai nostri. Allora perché il cane beve di tutto, mentre
noi, se non siamo sicuri di quel che abbiamo mangiato, poi non riusciamo a
dormire la notte? La differenza è che noi abbiamo un Ego che pensa che forse
ci siamo contaminati, mentre il corpo del cane o del gatto, senza un’identità
che interferisce e condiziona, si autoregola e basta.

Perché in mancanza di embodiment la mente ha più controllo sul
corpo?

Perché se non considero e sento che il mio corpo è anche la sede del mio
essere, la mente può farne ciò che vuole: può trafiggerlo, imbrattarlo,
segnarlo, abusarne con pratiche e sostanze di ogni tipo, credendo che questo
non riguardi in alcun modo il proprio essere. Così come allo stesso tempo una
mente, affrancata dal corpo che modula ogni sua attività e vi conferisce
organicità e senso, può analogamente abusare delle proprie facoltà di
astrazione e perdersi in tutte le elucubrazioni che desidera.

Se non siamo animali o pazzi, che alternative abbiamo a
disposizione, per far sì che il corpo non sia così limitato dalla
mente?

Ovviamente esiste una terza via… (continua)

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